Colli di San Pietro

Colli di San Pietro

Il Monte Vico Alvano

Vico Alvano, Vico Albano, Vicalvano, Calvano è l’incerta serie delle denominazioni date alla “montagna”. Malgrado l’abbondante variazione sul tema l’origine e il significato restano oscuri. Comprensibili invece sono le più ricorrenti definizioni in uso presso i residenti: La Montagna del Principe chiaramente riferita al vecchio proprietario il principe Colonna e la Montagna di Mezzogiorno così com’è detta dai contadini del circondario per l’ovvia ragione che proprio a quell’ora, come in una meridiana, il sole mette in luce l’intero roccione calcareo di nord-ovest. Storia e tradizione si sostanziano del sentimento religioso della popolazione locale. Intorno alla “montagna” infatti i segni più chiari sono quelli lasciati dalla fede, una fede che qui ha radici antiche e consolidate.

Un’ascensione sul Monte Vico Alvano per il visitatore è rilassante e istruttiva in quanto il suo interesse può spaziare dai temi naturalistici e paesaggistici a quelli storici e antropologici, fino ad approdare nel più vasto ambiente letterario.

Rispetto al filo della costa che si affaccia sul golfo di Napoli, il monte è alquanto arretrato; si erge quasi a strapiombo sul golfo di Salerno, nell’angolo sud-est della “piana sorrentina”. Ai suoi piedi si distende l’altopiano dei Colli di San Pietro e dei Colli di Fontanelle che, in dolce declivio, si raccorda coi paesi della vallata chiusa ad occidente dal rilievo del Piccolo Sant’Angelo. Da quella posizione, una volta conquistata la sommità, è possibile godere dei colori sfumati e morbidi degli aranceti confluenti nel mare, che si distende a sua volta, fino a Capo Miseno e al Monte Epomeo.

Dalla “Conocchia” invece lo sguardo volge verso il Golfo di Salerno, dove nel mare scintillante galleggiano le isole delle Sirene. Qui i colori sono più accesi, resi abbaglianti dal riverbero delle roventi rocce calcaree che, dirupando, si tuffano nel mare con il carico del loro manto vegetale fatto di pini, carrubi e degli altri esemplari della macchia mediterranea.

Il visitatore resta rapito. La bellezza del luogo lo colpisce nei sensi e nella fantasia e, nel silenzio più assoluto, risveglia in lui le sopite voci interiori. Capita così che un paesaggio, un luogo fisico, si trasformi in una profonda emozione. Le sollecitazioni sono stimolate non solo del contesto naturale ma anche dalla sua interazione con i vari fattori cui si è fatto cenno e cioè con la storia, la tradizione e con tutto ciò che l’uomo, con la sua presenza secolare, ha lasciato sul territorio.

 

I Colli di San Pietro

Robert Browning (Camberwell 1812- Venezia 1889) – uno dei più notevoli poeti romantici –
giunse ai Colli di San Pietro nell’autunno del 1844 e vi trascorre un lungo periodo di villeggiatura. Da quel soggiorno trasse ispirazione per il poemetto “The englishman in Italy”.

Browning alloggia in una casa colonica, a stretto contatto con la gente del luogo. Gente cordiale con cui entra in perfetta sintonia. Egli occupa il suo ozio dorato a scrutare i comportamenti di quella gente semplice. Ne gusta il linguaggio melodioso, ne annota le tradizioni e le doti umane. Il poeta si lascia travolgere dalla rilassata atmosfera dei luoghi e dallo splendore della natura. I monti, il mare, i colori, il clima, tutto l’incanta sia nelle giornate di sole che in quelle di pioggia o di scirocco.

Gusta la fragranza dei frutti della terra che in quella stagione abbondano nei campi coltivati e lungo i sentieri del bosco. Avidamente assapora l’uva nei giorni di vendemmia, i fichi dolcissimi che si aprono alle prime piogge, i melograni opulenti. Durante i vagabondaggi campestri raccoglie bacche e mangia le more dei rovi e gli ispidi frutti rossodorati del corbezzolo. Apprezza le gustose palle di formaggio e i cibi conditi con l’olio verdissimo dei frantoi locali; cibi preparati dalle sapienti mani delle donne di casa con la carne del maiale appena squartato o coi polpi appena portati dallo Scaricatoio, l’angusto approdo sulle rocce sotto gli strapiombi della montagna.

Browning scrisse il suo poemetto “ L’inglese in Italia” al suo ritorno in Inghilterra, ormai lontano dai colori, dalle voci e dai profumi sorrentini. Nei suoi versi si coglie la nostalgia della lontananza, quando è costretto a ripercorrere solo con la fantasia i sentieri scoscesi di Sant’Elia o le vertiginose ascensioni sul Calvano dove ha ascoltato il canto del falco pellegrino.

Pier Paolo Pasolini nell’estate del 1971 per l’ambientazione di alcuni racconti del suo Decameron sceglie gli agrumeti, le selve e gli scorci di architettura rurale posti ai piedi di Vico Alvano. Egli trasferisce l’azione dalla Firenze trecentesca a Napoli e dintorni, con l’uso del dialetto e l’impiego di “attori da strada“.

Ne spiega egli stesso le ragioni: “Napoli è una sacca storica dove i napoletani hanno deciso di restare quelli che erano”. Intorno a Vico Alvano egli ritrova una “sacca storica” dei luoghi antichi. Non importa l’anacronistica presenza degli agrumeti e delle pagliarelle nella scenografia del film; Pasolini ha dimostrato che la valenza culturale di certi elementi dell’ambiente sorrentino è tale da consentire che gli stessi, se amalgamati con saggezza e sensibilità, possano entrare in un’unica sacca storica.

I vari componenti del paesaggio, quali sono gli elementi naturali, i monti e la vegetazione spontanea, la vegetazione arborea il bosco e le selve, la semplice architettura contadina fatta di tufi e volte di lapillo e le più moderne coltivazioni degli agrumeti, coi pergolati e le coperture benché di epoche diverse, si possono presentare in un unico contesto senza tempo, in perfetta assonanza con le tradizioni e i costumi della popolazione residente che quel paesaggio sostiene e gestisce.

 

Locande e Osterie nel quadrivio più bello del mondo

La nuova strada che congiunge Piano di Sorrento con Positano si apre nel 1888 dando così inizio ad un traffico di cavalli e di carrozze che trasportano i forestieri verso i meravigliosi scenari offerti dalla costiera di Amalfi. L’incrocio della nuova strada con il sentiero laterale che mena ai Colli di Fontanelle e a Sant’Agata diviene il punto di valico sulla sella della collina. Come succede sempre sui passi collinari, anche qui sorgono presto osterie e locande, con le comodità necessarie per il cambio e il ristoro degli animali.

Oggi è un centro di villeggiatura attrezzato con alberghi, ristoranti, agriturismo e B&B.

Il testo è liberamente tratto dalla pubblicazione “Antico Parco del Principe” Piano di Sorrento, realizzata dal Centro Studi e Ricerche Francis Marion Crawford a cura di Antonino de Angelis e Rosa Iaccarino.

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