La Cappella di San Giovanni

La Cappella di San Giovanni

Alla fine del Medioevo, il territorio compreso fra i valloni tufacei di Lavinola e San Giuseppe, era punteggiato di case sparse per la maggior parte masserie. Gli unici “loci” erano Carotto e Cassano; poche case affacciate su una stradina che collegava la via Minerva alla costa, corrispondente all’attuale asso viario S.Margherita-Gottola-S.Giovanni, poco più di mezzo miglio di muri alti che delineavano un sentiero appena carrabile , indispensabile per trasportare i prodotti della terra dalla collina alla spiaggia per l’imbarco sulle veloci feluche dirette al porto angioino di Napoli. A metà percorso si apriva uno slargo pertinente alla estaurita del Santo Arcangelo. Le estaurite erano quelle chiese che sorgevano su una fabbrica pagana ad opera di un gruppo di cristiani che, per consacrarle, vi apponevano una “stauros”, una croce. Nel sito appena arroccato sulla rupe, al sicura dai predoni del mare, il 31 agosto 1326 i sacerdoti Amato Cota e Giovanni Maresca, chiesero ed ottennero dall’arcivescovo di Sorrento Matteo di Capua, di costruire una cappella in località “Cazzani” intitolata a S. Giovanni Battista, di patronato perpetuo della famiglia Maresca. I postulanti furono il giudice Andrea e il notaio Simone Magistris Leonis. Fu facile ottenere anche il regio assenso in quanto Matteo prima di assumere il governo pastorale era consigliere familiare, domestico e confessore sia di Re Roberto d’Angiò che della Regina Sancia. La cappellania si reggeva con le rendite degli immobili e lasciti di entrambe le famiglie fondatrici, come risulta da docimenti notarili dell’epoca. I compatroni Cota e Maresca hanno affidato al parroco pro tempore della chiesa di San Michele Arcangelo l’adempimento della volontà dei loro antenati, perché resti così assicurata per l’avvenire la cappellania domenicale e festiva dell’oratorio di S Giovanni Battista, la conservazione e manutenzione del detto oratorio, la celebrazione annuale della festa di San Giovanni Battista, la beneficenza dei poveri, a preferenza dei due casati residenti nella parrocchia. La quale beneficenza deve consistere nell’avviare al sacerdozio chierici poveri, nel sovvenire sacerdoti poveri, e nel sossorrere, con l’eventuale supero persone bisognose.

Con l’aumentare del traffico in “loco” divenne casale e si sviluppò ai margini dei possedimenti della nobile famiglia Maresca intorno alla chiesetta che assunse il ruolo di prima parrocchia di Piano. Sulla stessa strada del mare, nel 1330, i Massa, che con le loro navi frequentavano la Siria, eressero un altro tempietto e lo dedicarono a Santa Margherita di Antiochia , come pure, con bolla episcopale del 2 maggio 1334, il sacerdote Parisio de Mayo iniziò la costruzione dell’oratorio San Nicola.

Nei secoli successivi, la stradina che in alcune parti si restringe fino a un metro e trenta cm., fu chiamata il “Corso dei Capitani” perché in essa vi erano le comode dimore dei ricchi armatori che avevano collegamenti in tutti i porti del Mediterraneo. Nel 1799 esse raccolsero per primi l’eco dell’insurrezione giacobina di Napoli innalzando l’albero della libertà e, quando il vento di rinnovamento cessò e venne la restaurazione borbonica, molti furono mandati al confino e furono puniti con la “damnatio memoriae”.

Il terribile sisma del 1980 provocò profonde ferite all’edificio trecentesco e la cappella fu chiusa al culto. Successivamente un gruppo di volontari, incaricati dal parroco, ripristinarono la sacralità del luogo, peraltro mai perduta. Ora rivive nella sua semplicità e solitudine. Le pietre dell’arco gotico dell’ingresso sono le stesse delle origini; come pure il portale di castagno gira ancora sugli stessi cardini. Ha una sola navata lunga circa 10 metri e larga 4,5 che ricopre una cripta della stessa ampiezza usata in passato come luogo di sepoltura. Un cunicolo, ormai interrato, gli corre a fianco e si immerge nel sottosuolo lato mare, forse era un antico acquedotto o una via di fuga. L’altare è formato da materiale proveniente da spoglio di fabbrica romana, mai trovata perché mai cercata. Due pilastrini di marmo pario istoriato con rilievi di tralci e grottesche si legano a pezzi di rosso veronese, formando un’edicola capo altare che incornicia una tela con la Madonna, Gesù bambino e San Giovannino del pittore Angelo Scetta, che a metà del 1813 sostituì la vecchia pala trecentesca, ormai logora. La mensa è invece di marmo lunense, di stucco policromo il ciborio. Ben conservato è l’impiantito maiolicato della celebre fabbrica delle “riggiole” dei Colonnese e reca la data 1854. La chiesetta, lontana dalle luci e dal clamore, malata di malinconia, riapre le sue porte una sola volta all’anno il 24 giugno, in occasione della festa del patrono San Giovanni Battista.

Dal volume: Piano di Sorrento città comunità territorio, Giannini Editore Napoli, Clean Edizioni Napoli; autore del testo Pietrantonio Iaccarino.

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